di Velia Iacovino

Exxon, Chevron e altri colossi puntano su Africa e America Latina per nuovi giacimenti, allontanandosi dalle tensioni del Medio Oriente

Le grandi compagnie petrolifere stanno accelerando una vera e propria ridefinizione strategica globale, spostando investimenti e attività esplorative lontano dal Medio Oriente, oggi segnato da forti tensioni geopolitiche. Lo sottolinea il Wall Stree Journal, segnalando che in prima linea c’è ExxonMobil, che ha delineato un piano fino a 24 miliardi di dollari per sviluppare i giacimenti offshore profondi della Nigeria, una delle aree più promettenti dell’Africa occidentale. L’obiettivo è sfruttare risorse ancora in gran parte inesplorate, compensando al tempo stesso le perdite produttive subite in Medio Oriente a causa del conflitto.
Parallelamente, Chevron sta rafforzando in modo deciso la propria presenza in Venezuela, dove punta su progetti legati al petrolio pesante dell’Orinoco, tra le riserve più grandi al mondo. Nuovi accordi con la compagnia statale PDVSA consentono al gruppo americano di aumentare la propria partecipazione in joint venture strategiche e di espandersi in aree ad alta resa, con l’obiettivo di incrementare la produzione nei prossimi anni.
Il Wall Street Journal evidenzia come questa corsa a nuove frontiere energetiche sia alimentata da due fattori convergenti: da un lato, l’instabilità nello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche, che hanno messo a rischio circa il 20% dei flussi globali di petrolio e gas; dall’altro, l’aumento dei prezzi dell’energia, che sta garantendo alle major una liquidità straordinaria da reinvestire in esplorazione. Non solo Africa e America Latina. BP ha acquisito quote in Namibia, mentre TotalEnergies ha firmato nuovi accordi con la Turchia, confermando un’espansione che coinvolge anche il Mediterraneo orientale e altre aree considerate più stabili.
Secondo le stime della società Wood Mackenzie, queste nuove attività potrebbero generare fino a 120 miliardi di dollari di valore nei prossimi anni. Un dato che si inserisce in una sfida ancora più ampia: trovare circa 300 miliardi di barili di nuove risorse entro il 2050 per soddisfare la domanda globale.
In questo contesto, la crisi mediorientale non rappresenta soltanto un fattore di rischio, ma anche un potente acceleratore di trasformazione per l’industria petrolifera globale. Le grandi compagnie stanno infatti passando da una logica di concentrazione geografica a una strategia di diversificazione su scala planetaria, nel tentativo di ridurre l’esposizione ai conflitti e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti nel lungo periodo.
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L’articolo WSJ, Le major del petrolio ridisegnano la mappa globale degli investimenti proviene da Associated Medias.

