di Martina Esposito

A Roma la prima edizione del Natural Risk Forum promosso da Unipol riunisce istituzioni, imprese e comunità scientifica per affrontare in modo strutturale i rischi catastrofali

“L’impatto delle catastrofi naturali non può più essere ignorato”. Con queste parole Stefano Genovese, Head of Institutional & Public Affairs di Unipol e coordinatore del Think Tank, ha aperto il Natural Risk Forum, tracciando fin da subito una linea netta: il rischio non è più emergenza, ma struttura. E proprio per questo, ha aggiunto, serve “una governance condivisa, fondata su un comitato di indirizzo e su quaderni di lavoro aperti al contributo della comunità scientifica”. A intervenire nella prima edizione dell’iniziativa, che si è svolta a Roma nel Palazzo della Cancelleria, protagonisti del mondo politico, privato e del settore scientifico, riuniti con l’obiettivo di individuare strategie di dialogo per rendere il Paese più resiliente di fronte ai fenomeni naturali, prima che si trasformino in catastrofi.
La costruzione del Forum, moderato dalla giornalista del TG1 Laura Chimenti, ha seguito una logica precisa, coerente con il programma presentato nel corso dei lavori: partire dai territori, attraversare il livello istituzionale e arrivare agli strumenti operativi. Un percorso che riflette anche il ruolo di Unipol, non solo promotore ma facilitatore di un dialogo strutturato tra pubblico e privato.
Dal territorio arrivano indicazioni concrete. “Non basta ricostruire”, è il messaggio che emerge dagli interventi di Guido Castelli, Commissario straordinario per la ricostruzione sisma 2016, e Fabrizio Curcio, Commissario straordinario per l’alluvione in Emilia-Romagna, Toscana e Marche. Ricostruire significa rendere il patrimonio capace di resistere agli eventi futuri, come dimostra il caso del Palazzo comunale di Norcia. Perché, come viene ricordato, “il rischio è un elemento strutturale dell’Italia” e non può essere trattato come un’eccezione.
Accanto a questo, un altro dato si impone: “L’abbandono dei territori produce effetti spesso più gravi del consumo”. Un’affermazione che sposta il tema dalla gestione dell’emergenza alla cura continuativa del territorio. E che si riflette anche nel campo assicurativo: “È fondamentale orientare le polizze alla resilienza futura”. Curcio insiste su un punto cruciale, senza mediazioni: “Le risorse non sono mai sufficienti: per questo serve il coraggio di fare scelte”. E ancora: “Il decisore politico deve essere messo nelle condizioni di operare sulla base delle migliori conoscenze tecniche disponibili”. La politica, quindi, non come ostacolo ma come luogo della sintesi: “Deve poter scegliere consapevolmente, con il supporto di competenze adeguate”.
Il passaggio agli interventi istituzionali rafforza questa linea. Il Sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze Federico Freni chiarisce un principio destinato a pesare nel dibattito: “Non è sostenibile che ogni costo legato alle catastrofi sia interamente coperto dallo Stato”. E ancora: “Il rischio catastrofale è ormai una variabile strutturale dell’economia”. Da qui la conseguenza: “Le polizze assicurative devono essere considerate non solo come un obbligo, ma come parte di una strategia economica e culturale più ampia”.
Sul rapporto tra territorio e sistema produttivo, il Capo di Gabinetto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy Federico Eichberg richiama un equilibrio delicato: “L’unicità del Made in Italy deriva anche dalla conoscenza e valorizzazione del territorio”. Ma questa ricchezza implica responsabilità: “È fondamentale che le imprese sviluppino fiducia sia nelle istituzioni sia nel sistema assicurativo”.

Il cuore analitico del Forum è rappresentato dal Natural Risk Index, presentato da Enrico San Pietro, Group Insurance General Manager di Unipol Assicurazioni, e Massimiliano Arizzi, amministratore delegato di Gallagher Re Italia. Uno strumento che nasce con un obiettivo chiaro: “Mettere in relazione le catastrofi con i beni presenti sul territorio”, attraverso tre dimensioni – pericolosità, esposizione e vulnerabilità. Non solo misurazione, ma orientamento: questi strumenti, viene sottolineato, servono a “individuare priorità e rischi su base regionale” e a guidare anche le scelte individuali. I numeri confermano la portata del problema: 41 milioni di immobili esposti, 14.400 miliardi di euro di valore e un costo medio annuo di circa 7 miliardi, con un protection gap del 79%. In questo scenario, la prevenzione non è più un’opzione: come spiega San Pietro, “bisogna rendere il Paese più resiliente di fronte a questi fenomeni che fanno parte della nostra vita”.
Nel panel dedicato alla prevenzione e alla vulnerabilità dei territori, emerge la necessità di adattare le politiche alle specificità locali. Con gli interventi di Pasquale Ciacciarelli, Assessore con delega alla Protezione Civile della Regione Lazio, Marco Fioravanti, Presidente del Consiglio nazionale ANCI e Sindaco di Ascoli Piceno, Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia, e Stefania Proietti, Presidente della Regione Umbria, il confronto si è concentrato sulla dimensione locale del rischio. Dalle loro posizioni è emersa una linea comune: la prevenzione non può essere uniforme, ma deve tenere conto delle caratteristiche dei territori, rafforzando al contempo il coordinamento tra livelli istituzionali e amministrazioni locali.
Ma è nel secondo panel che il tema del cambio di paradigma viene esplicitato con maggiore nettezza. Pino Bicchielli, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico alla Camera dei Deputati, lo sintetizza così: “L’Italia dispone di un sistema di Protezione Civile d’eccellenza, ma resta carente sul fronte della prevenzione”. E quindi: “È necessario un cambio di paradigma: da un approccio reattivo a uno proattivo”. La proposta è altrettanto chiara: “Una legge quadro organica” e “una cabina di regia nazionale”.
In questo stesso contesto si inserisce il richiamo del mondo produttivo. Fausto Bianchi, Presidente Piccola Industria Confindustria e Vice Presidente Confindustria, avverte: “Gli eventi climatici estremi stanno diventando sempre più frequenti e il loro impatto – ancora più grave in un territorio fragile come quello italiano – può colpire talvolta in modo irrimediabile anche le imprese e soprattutto le PMI, che tra le imprese sono le più vulnerabili”. E aggiunge: “Quando un’impresa è costretta a interrompere l’attività non si produce solamente un danno economico, ma spesso si mette a rischio la tenuta del tessuto sociale”. Da qui una duplice esigenza: “Sensibilizzare gli imprenditori rispetto all’importanza della prevenzione dei rischi” e, allo stesso tempo, rafforzare l’intervento pubblico, perché “vogliamo che a questo sforzo ne corrisponda uno altrettanto significativo da parte del pubblico, che si traduca in un piano di investimenti per mettere in sicurezza il territorio”. Anche alla luce di un dato critico: “Stimiamo che meno del 15% delle imprese italiane sia coperto dai rischi catastrofali”.
Dopo l’intervento di Gianfrancesco Romeo, Direttore Generale della Direzione Generale Consumatori e Mercato del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che si è espresso sul tema della desertificazione industriale, il terzo panel porta la discussione sul terreno tecnico, ma con implicazioni operative immediate. “Che cosa significa davvero fare prevenzione? Significa osservare il fenomeno prima che si produca il danno, costruire reti permanenti, integrare i dati e trasformarli in supporto alle decisioni”, afferma Massimo Chiappini, Dirigente di Ricerca all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Una definizione che diventa metodo e che trova un complemento nella posizione di Maria Siclari, Direttore Generale dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA): “Abbiamo il dovere di rendere comprensibile il dato scientifico”, sottolinea nel confronto con Laura D’Aprile, Capo del Dipartimento sviluppo sostenibile (DiSS) al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, e Stefano Pasqualini, Responsabile della Divisione Analisi Macroprudenziale, Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (IVASS)
Le conclusioni affidate a Luigi Ferrara riportano il discorso su un piano istituzionale e operativo: “Il sottotitolo di oggi è importante: è la prevenzione”. E ancora: “L’Europa ci dà una mano in questo settore di ricerca. Avere un quadro normativo stabile ci consente di intervenire nei momenti giusti”.
A chiudere il cerchio è di nuovo Genovese, che rilancia la prospettiva emersa nel corso della giornata: “Abbiamo centrato una domanda inespressa”. Da qui l’obiettivo di “portare a Bruxelles i dati emersi in questo convegno” e di rendere la prevenzione misurabile: “Questa dimensione andrebbe quantificata anche in termini di spesa pubblica: sarebbe utile che ogni anno si potesse elencare chi ha fatto cosa”. Con un riferimento concreto: “L’esempio del Mose a Venezia dimostra che l’eccellenza italiana andrebbe celebrata”.
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L’articolo Natural Risk Forum, la prevenzione diventa strategia per una nuova governance del rischio proviene da Associated Medias.

