di Guido Talarico

dazi

Davanti al ritorno dell’unilateralismo americano guidato da Donald Trump e all’incapacità strutturale di risposte coese da parte dell’Unione Europea, il futuro del Continente dipende dalla sua capacità di rafforzare sovranità, competitività, resilienza e coesione. Serve una svolta politica, culturale e strategica per evitare l’irrilevanza. Ecco come

di Guido Talarico

Nel pieno di una transizione geopolitica che segna la fine dell’ordine multilaterale, l’Europa si trova davanti a un bivio che non consente esitazioni. La leadership di Donald Trump segna nei fatti il ritorno ad una politica estera aggressivamente isolazionista, segnata da dazi, rotture con le istituzioni internazionali, e un sostanziale disinteresse per l’equilibrio globale (vedi Ucraina, Gaza e Iran).

L’America First di Trump è dunque più di uno slogan elettoralistico: è la codifica di una visione del mondo dove ogni alleanza vale solo se è utile a Washington e dove l’Europa è spesso vista come un concorrente da contenere piuttosto che un alleato da rafforzare. E pazienza se questo deve costare caro ai fedeli alleati di un tempo e pazienza se si finisce per strizzare l’occhio più a Vladimir Putin che ad Ursula von der Leyen. In questo contesto, alquanto drammatico anche per il disinteresse del resto del mondo con in testa la Cina, l’Europa dovrebbe finalmente decidere se essere soggetto o oggetto della propria storia.

Gli indizi ad oggi non sono incoraggianti anche a causa delle divisioni che caratterizzano la maggior parte dei paesi dell’unione e quindi tutti gli organi istituzionali europei, a cominciare da Commissione e Parlamento. E allora forse giova ricordare cosa non dovremmo perdere di vista. Le nostre priorità, insomma. Guardiamole elencandole per punti.

1. Rafforzare la competitività europea: dalle parole ai fatti

meloni macronLe istituzioni europee devono diventare agenti attivi nella costruzione di un’economia più forte, indipendente e innovativa. Questo significa superare le barriere interne, armonizzare il mercato, e investire massicciamente in tecnologie strategiche come microchip, cloud europeo, intelligenza artificiale e manifattura avanzata. Non si tratta solo di crescere, ma di garantire autonomia. E i soldi ci sono. E’ solo una questione di volontà.

2. Finanziamenti per le transizioni e protezione del modello sociale

Transizione digitale, transizione verde, riconversione industriale: tutte necessitano di risorse. L’Europa deve mobilitare capitali pubblici e privati, e introdurre strumenti fiscali comuni per finanziare il cambiamento. Ma tutto questo non può avvenire a scapito della coesione sociale. Il modello europeo – fatto di welfare, diritti, accesso universale a sanità e istruzione – è un asset strategico, non un costo da tagliare. Occorre dunque non solo continuare in questa direzione ma accelerare, anche per sottolineare la nostra diversità

3. Economia dell’innovazione: crescere, ma con responsabilità

L’Europa deve liberarsi dall’autocensura tecnologica che l’ha frenata negli ultimi anni. Serve un nuovo protagonismo in settori strategici come il digitale, la robotica, l’intelligenza artificiale. Ma l’innovazione non può essere lasciata solo al mercato: va guidata da regole, principi, e responsabilità. L’Europa può diventare leader di una tecnologia al servizio delle persone, capace di coniugare crescita e diritti. Ed è bene ricordare, ancora, che abbiamo tutti i mezzi per eccellere anche nel campo dell’innovazione.

4. Cultura come infrastruttura della sovranità europea

israeleLa cultura non è un settore marginale: è il cemento della coesione e la vera infrastruttura immateriale dell’identità europea. In un contesto globale in cui le guerre sono anche narrative, l’Europa deve promuovere attivamente il suo modello culturale fatto di pluralismo, memoria storica, libertà artistica e patrimonio condiviso. Ed anche puntare ad una editoria realmente indipendente. Che è sempre stato poi un segno distintivo dell’Europa libera e democratica.

E poi ricordiamolo, investire in cultura non è un lusso: è una forma di supremazia soft, capace di rafforzare legami interni e proiezione esterna. Occorre perciò aumentare i fondi per programmi come Erasmus+, Creative Europe, Europa Digitale e per l’editoria indipendente. Importante anche rafforzare la tutela del multilinguismo e delle industrie culturali, soprattutto in tempi di transizione digitale. Una cultura forte rende le società più resistenti alla disinformazione e più aperte all’integrazione.

5. Difesa comune: l’ora della maturità strategica

Non può esserci sovranità europea senza una reale capacità di difesa. Il disimpegno progressivo degli Stati Uniti dalla NATO, soprattutto in uno scenario trumpiano, impone all’Europa una riflessione seria: la sicurezza europea non può più dipendere da altri. E questo vale al di là degli ultimatum trumpiani sull’incremento della spesa da portare al 5% del pil di ciascun paese.

Serve una vera politica europea della difesa, con forze comuni, comandi condivisi, interoperabilità tecnologica e industriale. L’autonomia strategica, se non accompagnata da una capacità militare credibile, resta uno slogan vuoto. Questo non significa militarismo, ma responsabilità: quella di proteggere i confini, difendere gli interessi comuni, e garantire la pace interna.

6. Dialogo con i cittadini: senza consenso, nessuna politica è sostenibile

Ogni riforma, ogni piano, ogni transizione deve essere legittimato da un dialogo autentico con i cittadini europei. Troppo spesso l’Unione è percepita come distante, tecnocratica, autoreferenziale. Serve un cambio di paradigma: politiche partecipative, spazi democratici veri, e una comunicazione efficace che restituisca il senso del progetto europeo. La democrazia non può essere solo elettorale, deve essere anche deliberativa e tutto questo deve essere ben raccontato.

7. Clima e resilienza: l’ora dell’adattamento

La lotta al cambiamento climatico non può più fermarsi agli obiettivi di decarbonizzazione: serve una nuova strategia europea di adattamento, che protegga territori, città e cittadini. La collaborazione pubblico-privato deve diventare sistemica, mobilitando risorse per infrastrutture resilienti, innovazione nei trasporti, nella gestione delle risorse idriche e nell’agricoltura. È una questione ambientale, ma anche economica e geopolitica.

trumpL’Europa insomma è di fronte a un tempo nuovo. In un mondo che diventa più duro, più competitivo e meno prevedibile, l’unico errore che l’Unione non può permettersi è quello della paralisi o peggio dell’indecisione. Di fatto significherebbe accontentare tutti quelli che ci vogliono mangiare in testa, a cominciare da Cina e Russia.

Serve una svolta culturale e politica che restituisca all’Europa una piena sovranità: economica, climatica, sociale, culturale e difensiva. La storia non aspetta. E la nuova stagione geopolitica – quella della competizione tra modelli – impone un’Europa finalmente adulta, reattiva, capace di proteggere se stessa e di ispirare gli altri. E’ un’emergenza per tutto il continente, è una priorità per l’Italia che per una volta dovrebbe fare fronte comune al di là dei giochi politici e impegnarsi per spingere Bruxelles fuori dal torpore e verso una reazione costruttiva.

Solo reagendo così, davanti all’aggressività trumpiana, all’opportunismo della altre super potenze e ad un certo disordine globale, l’Europa potrà non solo sopravvivere, ma forse ritrovare una leadership globale, quando meno a livello politico e culturale. Uno dei padri dell’Europa, il tedesco Konrad Adenauer spiegava che “L’arte della politica consiste nel sapere esattamente quando è necessario colpire un oppositore leggermente sotto la cintura”. Dovrebbe essere giunta l’ora di assestare qualche colpo di chiarimento.

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L’articolo Tra l’aggressività trumpiana e la necessità di una nuova sovranità, per l’Europa è il momento della reazione proviene da Associated Medias.